Vecchio quanto l’uomo, il desiderio di felicità in questi due ultimi secoli ha incrociato il mito del progresso e l’ottimismo della modernità. Il desiderio è diventato un diritto, la “pubblica felicità” un obiettivo dichiarato della politica. Tramontata l’utopia, la felicità – almeno nel mondo occidentale – ha prima ricondotto le sue istanze all’interno del benessere collettivo e poi, circoscritto il suo perimetro all’individualismo radicale, si è ridotta all’euforia dei consumi e si è misurata con la quantità dei beni posseduti. Entrando nel nuovo secolo, vogliamo affermare che la felicità è un bene relazionale. Nasce e si alimenta dalle relazioni buone. Una vita relazionale ricca, aperta agli altri, capace di tessere nella quotidianità trame di rapporti positivi e generosi, è quella che si chiama vita buona e dunque vita felice.
9. SOBRIETÀ
Il Novecento lascia al mondo occidentale una società dell’opulenza, del narcisismo, dei consumi, imperniata sul binomio: produrre per consumare. Le nostre scelte, le abitudini, i costumi, i giudizi, il nostro stesso tempo sono condizionati dal criterio dell’usa e getta. Questa logica pervade le esperienze di vita, le idee, le relazioni rendendole sempre più parziali e frammentate. La sobrietà ha la forza di scardinare questo contesto. Guardare all’essenziale non comporta la riduzione delle proprie aspirazioni, ma la selezione di ciò che veramente conta. Ci impegniamo a passare ad uno stile di vita sobrio per recuperare il senso della misura, dell’equilibrio e della giustizia. La sobrietà diventa la virtù di sintesi nella quale si unificano le idee e le azioni e le strategie di vita delle persone.
10. BENE COMUNE
La categoria di bene comune è tra i pilastri essenziali che reggono l’architettura della dottrina sociale della Chiesa. Già Tommaso d’Aquino affermava che il bene comune esprime allo stesso tempo il bene di “ciascuno” e il bene di “tutti”. In questa prospettiva antropologica che è propria del personalismo comunitario si può comprendere correttamente il bene comune, il quale non potrà essere confuso né con l’interesse generale, né con il bene totale (come somma delle parti), né infine con il bene pubblico (che si contrappone a quello privato). Al n. 26 della Gaudium et spes si legge che il «bene comune è l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». Riprendendo questa definizione il Compendio suggerisce di allargare i confini del bene comune collegandolo con il processo di interdipendenza tra i popoli e con le legittime aspirazioni dell’intera famiglia umana. Questo significa che in una prospettiva di futuro è da riscrivere la mappa del bene comune tenendo conto degli orizzonti globali della democrazia economica e delle istituzioni politiche.
11. EDUCAZIONE
Più che dare “forma” (formare) o imprimere un “segno” (in-segnare) oggi l’educazione ha il compito di aiutare la persona ad orientarsi senza perdersi nella complessità e nella società dell’incertezza. In un tempo di svolta antropologica, che trova i suoi poli estremi nel relativismo e nel fondamentalismo, l’azione educativa è da ripensare come dinamica relazionale e come accompagnamento narrativo e competente perché il sistema della trasmissione generazionale dei saperi e dei valori si è interrotto. In questo senso le tradizionali agenzie educative sono diventate più deboli: la scuola come l’associazionismo, la famiglia come la parrocchia. Separare l’educazione dall’istruzione – come si è tentato di fare negli ultimi decenni - non è né realistico né opportuno dal momento che sembra indispensabile l’acquisizione di nuovi alfabeti e nuovi saperi per essere cittadini consapevoli in una società complessa e per valorizzare i talenti e la creatività. In sintesi è necessaria una pedagogia del cambiamento che veda l’azione corresponsabile di diversi soggetti, dalle istituzioni alla scuola, dalla famiglia alla società civile.
12. PACE
La cultura della pace che abbiamo conosciuto in particolare negli ultimi quarant’anni del Novecento, ha oggi bisogno di della nonviolenza come valore e come metodo, per poter incidere con più efficacia a livello culturale e politico nell’attuale scenario caratterizzato dal terrorismo fondamentalista, dall’unilateralismo, dalle guerre preventive, dall’ingiustizia sociale ed economica e dal degrado ambientale come esito del rapporto aggressivo e rapace dell’uomo con la natura. Non a caso tra i conflitti che si prevedono in futuro figurano sia le guerre per l’identità, sia le guerre per l’acqua. Sempre di più, nel nostro tempo, la pace è chiamata a misurarsi con le nuove sfide dovute allo “scontro di civiltà” e alla necessità di oltrepassare la visione dell’unilateralismo, per sostenere una grammatica del con-vivere e del cooperare, una politica interdipendente e multilaterale che abbia alla base una cultura della pace fondata sulla giustizia, sul rispetto dei diritti umani e sulla sobrietà.
13. ECOLOGIA
La pressione del progresso novecentesco ha portato allo sfruttamento dell’ambiente, al sovraccarico del Pianeta, allo sperpero delle risorse naturali, ad inquietanti mutamenti climatici. L’ecologia reclama la cultura del limite. Abbiamo il compito di passare dalla pretesa di possedere la Terra, alla cultura dell’abitare la Terra. Ci sono nuovi diritti da riconoscere e bello e buono: l’accesso all’acqua potabile, la disponibilità di aria salubre, la garanzia di alimenti genuini. Occorre investire in buone pratiche che vadano dall’utilizzo dei mezzi pubblici alla raccolta differenziata dei rifiuti, dall’investimento in fonti energetiche alternative alla tutela della biodiversità.
14. ECONOMIA
Nel passaggio dalle economie nazionali all’economia globale il commercio di beni e servizi, la finanza e le imprese si muovono in uno spazio-mondo. Tutti gli attori economici sono più legati tra loro e allo stesso tempo meno vincolati alle regole locali. Vogliamo un’economia sostenibile che indirizzi la ricerca del profitto alla crescita della persona e delle comunità e non allo sperpero o all’accumulo, che privilegi la cooperazione e la solidarietà rispetto all’individualismo competitivo. Vogliamo operare per democratizzare l’economia attraverso la trasparenza delle politiche di impresa, la tracciabilità dei prodotti, il rispetto delle regole, la responsabilità sociale e ambientale di impresa, e attraverso la promozione e la tutela del cittadino lavoratore – consumatore – risparmiatore, sostenuto dalla società civile organizzata. Vogliamo garantire il suo protagonismo civico, la sua partecipazione alle strategie aziendali, le sue scelte di spesa, di investimento e di risparmio.
15. ETICA PUBBLICA
In questo passaggio di secolo il campo dell’etica pubblica e i criteri della laicità sono diventati più vasti e più complessi. Gli elementi nuovi di cui occorre tenere conto sono l’avvento di un clima culturale post-secolare segnato da un “ritorno della religione” come bisogno diffuso, il pluralismo delle culture e delle religioni nella società globale, la necessità di un ethos pubblico condiviso a fronte di sfide inedite e decisive per il futuro dell’umanità. Noi riteniamo indispensabile un più avanzato statuto di laicità che, superati antichi steccati ideologici e vecchie contrapposizioni, riconosca la rilevanza pubblica delle religioni e assicuri uno spazio di espressione e di confronto, rispettoso e orientato alla condivisione. Andando oltre la neutralità e la tolleranza, proponiamo una laicità concertante che chiami ogni risorsa del pensiero, della fede e della ragionevolezza ad individuare.
16. MIGRAZIONI
Nell’attuale contesto socio-culturale il fenomeno delle migrazioni e della mobilità umana è una delle res novae più significative. Le migrazioni che interessano oggi l’Italia sono diverse dal passato sia perché a causa della spinta poderosa esercitata dalla globalizzazione hanno ormai assunto una configurazione strutturale, sia perché sempre più spesso si caratterizzano anche come esodo dei cervelli o migrazioni “intellettuali” che si aggiungono ai rifugiati, ai profughi di guerra e ambientali. Le vecchie e nuove forme di migrazione chiedono di ridefinire non solo il diritto di cittadinanza ma anche le politiche del welfare, della sicurezza e del lavoro, oltre agli stessi tradizionali concetti di cultura, identità, laicità, integrazione, in una prospettiva più aperta, dinamica e interculturale, capace cioè, di andare oltre gli attuali modelli di multiculturalismo.
17. RETE
Se la mobilità caratterizza la nostra epoca, la Rete con le sue connessioni e i suoi nodi ne condiziona i flussi. Sono le innovazioni tecnologiche e le potenzialità strategiche dei nodi, che tracciano i possibili percorsi. I canali di comunicazione sono moltiplicati e a vari livelli: da Internet e dai telefonini satellitari, ai più tradizionali oleodotti o acquedotti. Coloro che sono in grado di generare, elaborare, applicare e gestire queste connessioni, sono le nuove élites globali, i nuovi detentori del potere, perché rendono accessibili o meno i luoghi (città, regioni e interi Paesi), perché determinano nuove forme dell’inclusione e dell’esclusione nel mondo globale (per persone, aziende, comunità e popolazioni). Le persone e le comunità non possono essere lasciate sole di fronte ai canali reali e virtuali di collegamento. Per questo servono luoghi e strumenti di governo e di partecipazione per la costruzione di una società a rete globale autenticamente libera e democratica.
18. EUROPA
Dopo aver raggiunto lo storico traguardo della moneta unica, l’Unione europea ha oggi bisogno di darsi un nuovo progetto che sia ideale e politico al tempo stesso. Un progetto che vada oltre l’allargamento a nuovi stati membri e che segni il rilancio del testo costituzionale. L’accordo sostanziale (con l’eccezione della Polonia) che è stato recentemente raggiunto tra i paesi dell’Unione sul tema della moratoria universale sulla pena capitale sta a dimostrare quanto sia necessario un più marcato ruolo politico dell’Europa a livello mondiale. Per le ACLI diventa prioritario, accanto all’impegno ormai annoso nella zona dei Balcani, sostenere una politica europea del Mediterraneo che sia in grado di governare con più efficacia una serie di problemi come i flussi migratori dall’area nord-africana, la presenza dell’Islam nei paesi europei, la questione controversa dell’ingresso della Turchia nell’Unione europea.
19. MONDO
La presenza delle ACLI nel mondo – in seguito all’emigrazione di tanti italiani - è oggi radicata e consistente, mentre continua a crescere in diverse forme la promozione della giustizia e la cooperazione con i vari partners di altri continenti, in particolare con America Latina e Africa. Molteplici sono oggi i progetti che le ACLI realizzano in varie parti del mondo, ma quale che sia il progetto o il Paese dove esse operano, la loro azione è sempre ispirata all’unità della famiglia umana e al paradigma della fraternità universale, valorizzando le varie forme di dialogo tra le culture e le religioni, e rifiutando ogni discriminazione fondata sulla razza, il sesso, la cultura o la religione come contraria ai diritti umani. Compito delle ACLI oggi nel mondo è anche quello di contribuire a preparare le istituzioni politiche che sono ancora assenti nel campo internazionale, sia a livello simbolico (come la giornata dell’Interdipendenza) sia a livello dei movimenti globali di base (Forum sociale mondiale) sia infine al livello delle inedite forme istituzionali (si pensi alla proposta dell’ONU2 come seconda Camera della società civile da affiancare a quella dell’ONU degli stati e dei governi).
20. FUTURO
Usciti dalle ideologie e disillusi dalle utopie della modernità, siamo spinti a vivere realisticamente nel presente, evitando sia le ingannevoli insidie di una fine della storia, sia la rassegnata accettazione degli eventi come fatale prodotto del destino. Immerse nelle attuali trasformazioni le ACLI sono impegnate a leggere i segni dei tempi per accogliere nella speranza le sorprese e le strade inedite della storia. Siamo chiamati, come ci ha esortato nella sua udienza Benedetto XVI, ad essere fedeli al futuro, anche rintracciando le radici e i semi di novità nei fermenti sociali, ricostruendo nei territori che abitiamo luoghi di fiducia affinché le persone trovino nella presenza delle ACLI un tessuto di socialità e di solidarietà fecondo per la loro vita e per la crescita di buone relazioni con gli altri.